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LA “CULTURA” DELLA RESISTENZA

di Sabrina Evangelista A poco più di un mese dalla scomparsa di Mimì Foglia, ultimo partigiano montoriese combattente della Provincia di Teramo, occorre interrogarsi e riflettere, in assenza di testimoni che possano continuare a raccontare, se il patrimonio ideale, maturato durante i mesi della lotta armata partigiana in Italia contro i nazifascisti e codificato negli articoli della Carta Costituzionale, sia, dal dopoguerra ad oggi, riconosciuto dai cittadini, non solo come un’esperienza militare, politica, sociale e umana che ha visto, per la prima nella storia dell’Italia unita, un moto spontaneo e variegato di uomini e donne che si sono uniti per il riscatto morale e civile del nostro paese; ma, soprattutto e in ragione del momento storico che stiamo vivendo, se si è concretizzata un’effettiva consapevolezza nella percezione comune nel riconoscere, in maniera univoca e senza distorsioni dettate da memorie private o da prese di posizione prettamente ideologiche, del contributo fondamentale di quei mesi di “resistenza” per la riconquista delle libertà politiche e civili in Italia e se quei valori  possono agire, nel tempo, da anticorpi contro il costante riemergere di sentimenti liberticidi, xenofobi e antidemocratici.

Domenico Foglia – ultimo partigiano montoriese

É, innanzitutto, necessario chiedersi, se negli anni, è stato fatto abbastanza per non far cadere l’oblio su cosa ha rappresentato e come ha plasmato la nostra nazione la dittatura fascista e la tragedia della guerra, con tutto ciò che ne è conseguito (carcerazione preventiva, confino, “leggi speciali”, invasione militare di eserciti stranieri, guerra civile, bombardamenti, leggi razziali, deportazioni di massa, miseria, etc.). Se le famiglie, con i loro testimoni, la scuola e le istituzioni hanno investito il giusto impegno in tal senso o se, spesso, si è preferito omettere, ammorbidire, dimenticare. E ricominciare. Come se niente fosse stato. Mentre e inversamente, la storiografia post bellica e una certa parte politica, ha imboccato la strada della retorica, del trionfalismo strumentale, della sacralizzazione, dell’eroismo, della monumentalità vuota, che, con il passare degli anni, ha determinato una saturazione, se non un vero e proprio rigetto da parte dell’opinione pubblica.

Non è un caso che l’Italia, ogni 25 aprile, Festa della Liberazione, presenti un cospicuo carnet di polemiche, dettate proprio dall’assenza di un maturo e solido riconoscimento pubblico di tale data come giorno di unificazione nazionale di tutti gli italiani. Ciò denota un paese di cittadini e di rappresentanti delle istituzioni immaturi. Incapaci, a differenza del popolo e dei dirigenti politici tedeschi, di fare i conti con il proprio passato e poco avvezzi all’approfondimento storico che non vada oltre la memorialistica familiare. Unitamente a ciò e ancora tutt’oggi, si assiste, infatti, nella maggior parte dei dibattiti pubblici, soprattutto televisivi, ad un utilizzo pubblico e improprio della storia. Un uso, per lo più, strumentalizzato con fini faziosi e propagandistici, in cui in assenza di contenuti e fonti storiche verificabili, si condiscono gli interventi con slogan da stadio e atteggiamenti revisionisti, non confutabili nella ricerca storica, ma impattanti su un pubblico mediamente informato (come insegna la recente cronaca giornalistica anche gli accademici non sono indenni dalla fascinazione nostalgica dei totalitarismi).

E qui si apre un’altra questione. Con la scomparsa dei testimoni diretti e il pericolo della perdita della memoria di quegli anni, preoccupazione rilanciata recentissimamente anche dalla Senatrice Liliana Segre dopo la scomparsa di Piero Terracina,

Liliana Segre

ultimo sopravvissuto tra gli ebrei romani rastrellati e deportati ad Auschwitz; in assenza di istituzioni che prendano posizioni nette rispetto all’innegabile passato totalitario dell’Italia e del contributo della lotta partigiana per la liberazione del paese e con il crescente dilagare di fake news, frutto di strategie di marketing ben precise, che accrescono il loro potenziale sulla mancanza di mediazione nell’utilizzo dei social media, in cui tutti possono esprimere la propria opinione, indipendentemente dalla proprie competenze, rimane come ultimo appiglio il ruolo della scuola e della diffusione della cultura come unico strumento per riabilitare una società contemporanea dilagata nell’approssimazione, nella solitudine individuale, nella banalità e nel qualunquismo, che sforna cittadini, o forse è il caso di dire, passatemi il termine, una “plebe” incattivita e priva di senso critico.

Piero Terracina

Ripartire dalla scuola, dunque. Una scuola che sia attenta a formare cittadini, in cui nozionismo e dovere civico vadano di pari passo. Infatti, laddove la società, e con tale definizione intendo le famiglie, le istituzioni, il mondo delle relazioni sociali, l’associazionismo, risultano carenti nel dare i giusti input per la costruzione di un Io solido, critico e consapevole, la scuola, come sancito dalla Costituzione, può e deve adottare tutti gli strumenti necessari, potenziando tutti gli aspetti che riguardano la formazione della cittadinanza attiva. Attivare, in un certo senso, una neo resistenza contro l’imbarbarimento dei toni e della civile convivenza. Educare i ragazzi, colmando le lacune che hanno determinato l’incapacità delle precedenti generazioni di fornire una narrazione corretta del passato, senza il quale è impossibile comprendere i meccanismi che regolano il presente.

Abbiamo un potenziale enorme nei giovani, che va stimolato, incentivato, irrobustito e protetto. Andando spesso nelle scuole ho notato l’interesse dei ragazzi per un passato che nessuno racconta loro, come è invece capitato a me, avendo i miei nonni vissuto la guerra e la dittatura. Una curiosità che sfocia nell’esigenza di voler approfondire e capire cosa è stata la guerra civile, chi l’ha combattuta e come. Che chi allora era ragazzo/a come loro, sognava, già durante gli anni della lotta di liberazione, in cui la sconfitta dei nazifascisti non era scontata, un’Italia libera e democratica. E soprattutto, che i diritti e doveri sanciti nella Carta Costituzionale, appartengono e sono l’espressione di quella esperienza di lotta. Quel bagaglio di valori, di disarmante attualità rispetto ai principi di solidarietà, rispetto ed uguaglianza, dal quale saper attingere per esercitare la nostra pratica di cittadini.

Non è più tempo di dubbi e incertezze su cosa sia stata e cosa rappresenti oggi la lotta resistenziale. Adottiamo, quindi, il ragionamento e non la paura. La cooperazione e non l’isolamento individualista. La solidarietà contro l’istinto di sopraffazione, che educhi alla bellezza, al senso di giustizia e al rispetto dell’altro. Resistere, d’altronde, è un atto della volontà. Solo non cedendo all’inciviltà e all’incultura e operando in comune possiamo aspirare a portare veramente a compimento il prezioso lascito dei combattenti partigiani. Facciamo in modo, dunque, che ciò che allora fu, inevitabilmente, una ribellione armata contro le ingiustizie e le violenze, oggi si traduca in una esercitante “resistenza civile e culturale” la cui arma più preziosa sia il sapere.

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